|
|
|
|
| |
|
| |
|
Un
talento artistico insospettabilmente imperniato
sul paradosso è quello di Giovanni
Lamberti, il cui originale nome d’arte
vuol porsi quale omaggio e complice riferimento
al luminoso e caleidoscopico ingegno dell’illuminista
francese d’Alembert, il cui vero nome
era proprio Jean-Baptiste Le Rond. In effetti,
l’effervescenza dell’impeto creativo,
l’impaziente esigenza di escogitare
sempre nuove soluzioni compositive e linguistiche,
senza mai adagiarsi nel compiacimento per
l’intuizione felice e nella riproposizione
della formula di saggiata efficacia si incontrano
e fondono in lui con un equilibrio, un senso
della misura e dei rapporti interni che lo
ascriverebbero al novero dei razionalisti,
ovvero – volendo rimontare ala sfera
degli archetipi – di una metastorica
classicità.
Rapido e densissimo è il percorso di
Le Rond, passato nel breve arco di una decina
d’anni dalle prove latamente postcubiste,
e comunque ancora iconiche, al furor sperimentalistico
del periodo materico-gestuale, fino a quei
ribollenti assemblaggî di radiatori
e oggetti di scarto dei processi industriali,
riconducibili a un’ideale area di congiunzione
fra il New Dada e César, che
preludono alla fase dell’improvviso
e sorprendente decantamento, della rarefazione
espressiva e stilistica, della salutare e
catartica tabula rasa.
Lamberti ha successivamente ricominciato a
porre, ma su basi affatto diverse dalle precedenti:
non più, quindi, una materia trabordante,
coagulantesi in grumi e viluppi pulsanti o
in fitti montaggî di prelievi oggettuali,
ma una superiore dialettica d’elementi
discordanti, coordinati in un equilibrio dinamico
continuamente affermato eppure sottilmente
trasgredito. Nelle ultime opere di Le Rond,
non a caso, gli ingredienti ormai tipici del
suo lessico formale, rispondenti a un ben
individuato e riconoscibile ethos, si aggregano
in organismi di sorvegliatissima e calibrata
complessione, fondati su proporzioni e ritmi
preordinati con sicuro senso dell’organizzazione
visiva e tranquillo dominio dei media. In
una padronanza così magistralmente
raggiunta, subentrata all’irresistibile
urgenza comunicativa – talora non immune
da eccessi e ingenuità – che
traspariva nei lavori d’inizio millennio,
potrebbe persino sorgere il rischio di un
placido acquietarsi dell’estro veemente
di Lamberti nelle eccessive certezze di un
modulo infallibile, se a sommuovere tale schema
preliminare non sopravvenisse un esuberante
dinamismo esplicantesi in un triplice orientamento:
da un lato, tramite l’immissione di
leggeri sfalsamenti dei piani concentrici
dell’immagine, che subiscono inclinazioni
contrastanti e di marca vicendevolmente inversa
destinate a tramutare in avventura percettiva
inesausta la decodificazione delle forme e
dei segni. Si consideri il ciclo delle tre
tavole giocate sul rosso-grigio e sul grigio-nero:
in apparenza quasi quadrate, ma in realtà
rettangolari; armoniose e bilanciate nei rispettivi
pesi cromatici e strutturali, nelle differenti
textures sui foglî di polistirene
ricoperti di PVC, eppure, a un’analisi
minuziosa e attenta, connotate da un’intima
instabilità, da una recondita tensione,
in quanto le opposte pendenze non arrivano
ad annullarsi e comporsi del tutto, affiorando
il minimale scarto del prevalere dell’una
sull’altra.
Ma non solo alle facoltà perturbanti
ed eversive di una lieve asimmetria Le Rond
affida la propria ricerca di movimento, perché
in numerose opere recenti, proposte sempre
più convintamente quali autentiche
pitto-sculture, a protendersi nello spazio
tridimensionale sono le figure stesse, in
ciò secondate non da procedimenti virtuali
od olografici, bensì dalla solida fisicità
(così consentanea all’autore)
di telai metallici che si dipartono dai supporti
e fuoriescono gagliardamente in direzione
dell’osservatore. Laddove un effettivo
e tangibile cinetismo è conseguito
nelle griglie interconnesse a cerniera o sovrapposte
con possibilità di scorrimento, che
ribadiscono il vocabolario visivo di Lamberti
in una sorta di mobiles pittorici
che si direbbero – di primo acchito
– una dissacrante o ironica riedizione
dei polittici ad ante tardomedievali, mentre
ambiscono, alieni in toto da una
simile tentazione, ad attuare l’atavico
sogno di dotare di moto, anche se indotto
o meglio inducibile, i manufatti di un’attività
umana esteticamente caratterizzata.
|
| Paolo
Bolpagni (storico dell’arte) |
Lamberti ha sentito l’urgenza e la necessità
di esprimersi con linguaggi diversi e alternativi,
di ricercare, nel complesso mondo contemporaneo,
un codice espressivo autentico ed originale
che fosse solo esclusivamente suo. La sua
attenta opera di ricerca ed analisi si è
così concentrata sui materiali e le
loro varie tipologie attingendo dal mondo
tecnologico-industriale, dallo scarto, da
tutto ciò che, in un modo o nell’altro,
fosse in grado di smuovere e alimentare la
sua creatività e la sua fantasia.
Straordinaria opera di recupero e di forte
spessore culturale perché in grado
di ridare voce e dignità artistica
ad oggetti di uso comune, perché tutto
questo è ricerca di un vissuto, la
ri-scoperta di un’identità individuale
e storica insieme.
Così incomincia il suo percorso dentro
l’uso dei materiali, alla continua ricerca
di quelli ritenuti più idonei a rappresentare
le ansie e la complessità degli attuali
momenti, in uno sforzo continuo e prolungato
che vuole essere anche e soprattutto indagine
sociale ed esistenziale di un mondo sempre
più incapace di comunicare emozioni
e sentimenti, sempre più proiettato
verso “saperi” freddi e tecnologici,
importanti, sì, ma insufficienti per
riscaldare anima e cuore.
Si tratta di pannelli spesso monocromatici,
sui quali interviene poi con i suoi materiali,
di solito “radiatori” meccanici
parzialmente ricoperti da quarzo e smalti
fino ad ottenere affascinanti e misteriose
screpolature, rugosità, avvallamenti.
Questi oggetti di uso comune, veri e propri
scarti industriali, tornano così a
vivere, a trovare un loro ruolo, non solo,
ma vengono addirittura elevati ad opera d’arte,
diventando presenze importanti e insostituibile
del suo discorso pittorico. Linguaggio astratto,
ma forte e contemporaneo, vivo e palpitante,
aperto sempre ad altri e ulteriori sviluppi,
nel rigore della costruzione e nell’eleganza
della sintesi.
|
| Luciano
Carini (critico d’arte) |
|
|
|